Un'opera fondamentale di storia narrativa che frantuma la nostra precedente comprensione eurocentrica dell'Età delle Scoperte raccontando la storia degli indigeni americani che viaggiarono attraverso l'Atlantico verso l'Europa dopo il 1492. Ci è stato a lungo insegnato a presumere che la storia globale moderna sia iniziata quando il "Vecchio Mondo" incontrò il "Nuovo", quando Cristoforo Colombo "scoprì" l'America nel 1492. Ma, come dimostra in modo conclusivo Caroline Dodds Pennock in questo libro rivoluzionario, per decine di migliaia di Aztechi, Maya, Totonachi, Inuit e altri – schiavi, diplomatici, esploratori, servi, commercianti – è vero il contrario: hanno scoperto l’Europa. Per loro, l’Europa comprendeva coste selvagge, una terra di ricchezze e meraviglie, ma allo stesso tempo sconcertante per le sue brutali disparità di ricchezza e qualità della vita, e per le sue sconcertanti convinzioni. La storia di questi indigeni americani all’estero è una storia di rapimento, perdita, appropriazione culturale e, per come la vedevano loro, di apocalisse: una storia che è stata in gran parte assente dal nostro immaginario collettivo dell’epoca. Dal re brasiliano che incontrò Enrico VIII agli Aztechi che si fecero beffe dei sacrifici umani alla corte di Carlo V; dal bambino Inuk messo in mostra in un pub londinese ai figli meticci di spagnoli che tornarono “a casa” con i loro padri; dagli Inuit che arpionavano le anatre sul fiume Avon ai numerosi servi impiegati dagli europei di ogni rango: ecco un popolo reso esotico, umiliato ed emarginato, ma le cui visioni del mondo e culture hanno avuto un profondo impatto sulla civiltà europea. Attingendo alla letteratura e alla poesia sopravvissute e sovrapponendo sottilmente le testimonianze oculari europee in controtendenza, Pennock ci fornisce un ampio resoconto della presenza degli indigeni americani e del loro impatto sull'Europa della prima età moderna.
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