Concentrandosi sul Libano ottomano, Ussama Makdisi mostra come il settarismo fosse una manifestazione di modernità che trascendeva i confini fisici di un particolare paese. Il suo studio sfida coloro che hanno visto la violenza settaria come una risposta islamica all’occidentalizzazione o semplicemente come un prodotto delle disuguaglianze sociali ed economiche tra i gruppi religiosi. La violenza religiosa del diciannovesimo secolo, che culminò nelle mobilitazioni settarie e nei massacri nel 1860, fu un’espressione complessa, multistrato e subalterna della modernizzazione, dice, non una reazione primordiale ad essa. Makdisi sostiene che il settarismo rappresentava una mobilitazione deliberata delle identità religiose per scopi politici e sociali. Il movimento di riforma ottomano lanciato nel 1839 e la crescente presenza europea in Medio Oriente contribuirono alla disintegrazione del tradizionale ordine sociale libanese basato su una gerarchia che colmava le differenze religiose. Makdisi sottolinea come il colonialismo e l’orientalismo europei, con la loro enfasi sulla salvezza cristiana e il dispotismo islamico, e i nazionalismi ottomano e locale, abbiano creato e utilizzato narrazioni di settarismo come ostacoli alle proprie visioni della modernità e ai propri progetti di sviluppo coloniale, imperiale e nazionale. Il libro di Makdisi è importante per la nostra comprensione della società libanese odierna, ma fornisce anche un contributo significativo alla discussione sull'importanza del discorso religioso nella formazione e dissoluzione delle identità sociali e nazionali nel mondo moderno.
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