Strutture identitarie Daniel Grodos colloca l'inizio del suo primo romanzo nella regione di Malmédy. È qui che il giovane Emmanuel Beaufort ricevette gli studi secondari; È lì, con il diploma di medicina in mano, che tornerà a stabilirsi prima che un tragico incidente - la morte, sulla strada, di sua moglie e del suo bambino - lo spinga ad abbandonare tutte le sue responsabilità locali per andare in Sud America alla ricerca di nuove ragioni di vita. Forse per la prima volta, la piccola città delle Ardenne ha così acquisito lo status di città letteraria. Ma Lithographies de l'Eiffel et de l'Ahr, che lo prende come ambientazione, non è affatto un romanzo regionalista: l'ancoraggio territoriale è qui integrato in un'imponente costruzione simbolica dove il luogo, in definitiva, appare come uno stemma i cui motivi sono declinati nel corso del racconto, allo stesso modo in cui certe litografie di paesaggi di Ponsart (celebre incisore malmediano nato nel 1788) si ritrovano sul cammino di Emmanuel in ogni momento cruciale della sua esistenza. Il divario tra un sito e la sua rappresentazione, tra i paesaggi e la loro rappresentazione definisce l'intera questione estetica formalizzata da Grodos nel suo libro, e questo divario si applica anche alla storia che descrive. Infatti, il lettore finirà senza dubbio il racconto convinto di essersi trovato di fronte a un'autobiografia più o meno romanzata. Anche la copertina dell'opera lo incoraggerà a fare questa confusione: come il personaggio di cui traccia il destino, l'autore non era anche lui medico a Malmédy, dove ricopriva responsabilità politiche? Basta però ritornare alle primissime pagine delle Litografie, prologo di cui non si coglie subito tutta la portata, per convincersi che il romanzo di Grodos si presenta innanzitutto come un elogio della fabulazione. Loïc Declercq, il secondo protagonista della storia, il cui destino incrocerà costantemente quello di Beaufort, suo compagno di classe, gettò nella Senna le pagine di un diario che quest'ultimo gli aveva affidato. Ma su uno dei fogli che ripesca per caso, vede che quello che c'è scritto non è quello che aveva letto in precedenza. Capisce allora che "ciò che riveliamo di noi stessi è aneddotico. La verità è nell'enigma". Inebriato dalla libertà che questa consapevolezza dell'immaginazione gli offre improvvisamente, decide di riscrivere la vita di Beaufort. Ecco qualcosa che deluderà gli amanti della confessione. Resta che la questione dell'identità, dell'adeguatezza della rappresentazione alla verità delle cose o degli esseri, è al centro del racconto, che designa le questioni etiche, anche politiche. È in questo senso che Malmédy ha un valore emblematico. In questa zona di confine dalle appartenenze a lungo incerte, l'identità collettiva, segnata in particolare dalla divisione tra la lingua tedesca e il dialetto vallone, fatica a inserirsi nelle costruzioni politiche, siano esse sfociate, per il Belgio, nella nozione di un "cantone redento" o, per la Germania, nella delimitazione di un "territorio annesso" al Terzo Reich: sotto lo sguardo di questo Altro che costituisce lo Stato, il gruppo non si riconosce pienamente e arriva a oscurare le proprie ambiguità e contraddizioni. La dialettica dello sguardo, in relazione al quale si costituisce il soggetto, si traduce, in Grodos, in un lavoro sorprendente sul punto di vista, che differisce da una parte all'altra dell'opera. Si tratta innanzitutto di una messa in prospettiva del diario di Emmanuel attraverso i commenti di Loïc, portato a confrontare l'adolescente che ha conosciuto con quello che scopre durante la lettura. Beaufort racconta i primi anni della sua età adulta a Declercq in una lunga lettera in cui chiama a testimone l'amico. A questo racconto soggettivo segue una narrazione oggettivata dall'uso della terza persona, dove il romanzo raggiunge le dimensioni della Storia, poiché coinvolge il suo protagonista con la guerriglia colombiana. In varie occasioni pensiamo a Conrad
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