"Questo studio si basa sul classico lavoro sociologico di Durkheim, Weber, Simmel e Goffman per esplorare l'interazione in piccoli gruppi nei sei romanzi di Jane Austen. Questi primi sociologi condividono con Austen lo stesso oggetto di conoscenza, e cioè la socializzazione, l'interazione in piccoli gruppi e la dialettica sé/società. Tutti e cinque si occupano del problema dell'appartenenza, cioè della coesione sociale. Austen ritorna ancora e ancora alle contraddizioni tra volontà individuale e obbligo sociale. È ora chiaro che Austen è diventato L'importante scrittrice che è oggi, negli anni in cui la sociologia si stava affermando come disciplina per comprendere una nuova formazione sociale, il risultato dell'urbanizzazione, dell'industrializzazione, della secolarizzazione, della massificazione - una società riconoscibile. Gli scrittori di tutta la fine del XIX secolo scrivevano come se tutto intorno a loro stesse cambiando, al punto da non riconoscere più il concetto chiave di Durkheim, l'anomia, quel senso di mancanza di regole individuali, che incarna l'osservazione che la società della fine del XIX e dell'inizio del XX secolo stava diventando sempre più scollata. Quindi la ricerca di quel collante, di una qualche comprensione del rituale condiviso che legasse individui separati in un insieme coerente, a mio avviso, divenne così preziosa in questo periodo proprio perché servirono allo stesso tempo come riconoscimento del fenomeno dell'anomia e come rimedio ad esso.
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