C’è un difetto logico nei metodi statistici utilizzati nella scienza sperimentale. Questo difetto non è un piccolo cavillo accademico: è alla base di una crisi di riproducibilità che ora minaccia intere discipline. In una società sempre più dipendente dalle statistiche, questo stesso errore profondamente radicato modella le decisioni in medicina, diritto e politica pubblica con profonde conseguenze. Il fondamento del problema è un malinteso sulla probabilità e sul suo ruolo nel fare inferenze dalle osservazioni. Aubrey Clayton ripercorre la storia di come la statistica andò fuori strada, a partire dal lavoro pionieristico del matematico del diciassettesimo secolo Jacob Bernoulli e proseguendo attraverso il gioco d'azzardo, l'astronomia e la genetica. Clayton racconta le faide tra scuole di statistica rivali, esplorando i problemi sorprendentemente umani che hanno dato origine alla disciplina e le carenze fin troppo umane che l'hanno fatta deragliare. Sottolinea come figure influenti del diciannovesimo e del ventesimo secolo svilupparono una metodologia statistica che sostenevano fosse puramente obiettiva al fine di mettere a tacere i critici delle loro agende politiche, inclusa l’eugenetica. Clayton fornisce un resoconto chiaro della matematica e della logica della probabilità, trasmettendo concetti complessi in modo accessibile ai lettori interessati ai metodi statistici che inquadrano la nostra comprensione del mondo. Sostiene che dobbiamo adottare un approccio bayesiano – cioè incorporare la conoscenza pregressa quando si ragiona con informazioni incomplete – per risolvere la crisi. Spaziando tra matematica, filosofia e cultura, l’errore di Bernoulli spiega perché qualcosa è andato storto nel modo in cui utilizziamo i dati e come risolverlo.
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