In The Madhouse of Language, la storia della scrittura sulla follia è vista nei termini di una soppressione del linguaggio folle da parte di una professione medica sempre più fiduciosa, in cui gli atteggiamenti ortodossi nei confronti del linguaggio sono sostenuti da un trattamento rigoroso dei pazzi o da una terapia morale manipolativa. Scrittori riconosciuti del periodo riflettono il fascino per una forma di esistenza mentale che tuttavia rimane al di là dell'espressione attraverso forme di linguaggio socialmente accettabili. Nel contesto di questa soppressione linguistica viene discussa un'ampia varietà di materiale scritto e orale di uomini e donne pazzi, tratto sia da cartelle cliniche che da opere pubblicate. Il contesto, le forme e le strategie dei testi pazzi vengono analizzati in un resoconto molto originale delle relazioni linguistiche tra follia e sanità mentale, dell'appropriazione da parte di scrittori sani delle forme dell'inglese e dei tentativi da parte di pazienti pazzi di accedere alle potenzialità espressive del linguaggio.
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